“PER L’ALTO MARE APERTO”

Non andartene docile in quella buona notte.

Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

Io dei miei due nonni ne ho conosciuto uno solo. Mi capita abbastanza spesso di ripensare a Lui.

Lo ricordo come simbolo di una generazione fortissima, che ha costruito la propria vita dopo l’orrore della guerra e, nel suo caso, di una prigionia che l’aveva ridotto pelle e ossa.
Ma, oltre a questo, mi ricordo ovviamente dell’affetto, quello che io avevo per lui e lui per me. Era l’affetto dei padri di un tempo, severi e distanti, ma per i nipoti ci si ammorbidiva.

Mi piacerebbe rincontrarlo, e qualcosa dentro di me, come sono sicuro capita anche a voi, mi dice che è possibile. E crederci è bello.

Ho paura però che non succederà. E mi chiedo perché, dunque. Perché una cosa che per me è importante è andata perduta per sempre? Certo, non è andata totalmente perduta, perché vive in mio padre, in mio fratello, in me, e in tutte le persone che ha conosciuto. La sua impronta nel pensiero, nell’emozione, nella cultura collettiva è rimasta. Ma è rimasta solo per noi, uomini e donne, evoluzione dei primati. E basta. Perché non c’è nessuna entità – oltre a noi superscimmie – che comprenda la portata di tutto questo?

Questa, in fondo, è la sensazione che ci terrorizza da quando, a un certo punto, capiamo che un giorno moriremo: l’idea che i nostri ricordi, l’affetto che abbiamo provato, le emozioni che abbiamo vissuto si perdano con noi. Non è questione di lasciare o meno una pagina scritta nei libri di storia. Il punto è che vorremmo non essere i soli a sentire l’importanza di ciò che abbiamo vissuto. Vorremmo che avesse una valenza universale e vorremmo ritrovarlo da qualche parte, chissà dove, chissà quando. Al di là del tempo e dello spazio.
Sempre che ne avremo “memoria” e che non si perda tutto nella marcescenza del cervello. E sempre che abbia ancora un senso parlare di “Io”.

Ecco perché esploriamo. Ecco perché esploriamo sia intellettualmente sia fisicamente. Ecco perché destiniamo fondi alle missioni esplorative, cioè, nel nostro secolo, alle missioni spaziali. Ecco perché togliamo questi fondi ad altre attività umane. Perché senza l’esplorazione noi siamo senza speranza.

Le missioni spaziali le facciamo con la speranza di trovare, chissà quando e chissà dove, qualcosa che renda giustizia a quello che siamo, a quello che abbiamo il coraggio di essere, a ciò che sentiamo, alla nostra fatica per portare avanti un’esistenza di cui non capiamo il significato.

Noi esploriamo con la speranza di ritrovare noi stessi. Chissà dove, chissà quando. Al di là dello spazio e del tempo. Al di là del concetto di identità.

Noi esploriamo per ritrovare noi stessi nel senso finale del mondo, per trovare noi stessi dove tutto ebbe inizio e avrà fine, l’alfa e l’omega.

Noi esploriamo con la testarda, cocciuta, intramontabile speranza di trovare una traccia di noi stessi in dio.

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Lascia un commento