DI “BUONI” E “CATTIVI”

Spesso, i competitor rampanti che vogliono il potere usano la strategia di essere “buoni” perché questo costituisce un vantaggio competitivo rispetto alle coagulazioni di potere preesistenti.

Senonché, i “buoni” scoprono a un certo punto che è necessario essere “cattivi” per evitare che vada tutto in malora.

E allora saranno costretti a essere “cattivi” ma mantenendo la facciata pulita da “buoni”. Cioè saranno costretti a diventare molto più doppi e molto meno apprezzabili dei “cattivi” che hanno combattuto. Oppure, più furbescamente, lasceranno questo compito ad altri, bruciandoli in modo ciclico e condannando il sistema a una più o meno lenta implosione.

Inoltre, preso il potere, i “buoni” – che sono buoni per finta e che sono tutt’altro che scemi – faranno i conti col prezzo che hanno pagato per prendere il potere: far finta di farsi prendere per il culo da chi ha pensato di poterli prendere per il culo gratis (cioè i furbetti, cioè i fessi veri).
Infatti l’ascesa al potere dei “buoni” è fortemente caldeggiata da coloro i quali da questa strategia competitiva traggono i massimi frutti, cioè da chi favorendone l’ascesa può permettersi di venir meno a una serie di imperativi.

(Che poi in fondo è ciò che accade ciclicamente con le elezioni politiche in Italia – e probabilmente in diversa misura dappertutto – nell’alternanza tra politici demagoghi e tecnici)

Alla fine della fiera, dunque, cioè quando i “buoni” avranno preso il potere, quelli che hanno pensato di prenderli per il culo (e da cui i “buoni” hanno fatto finta di farsi prendere per il culo) verranno pian piano sempre meno considerati, perché a quel punto non serviranno più. A quel punto si capirà che servirebbero gli altri per mandare avanti la baracca, che quindi verranno riconsiderati.

Solo che sarà troppo tardi.

Questa è la parabola nefasta del buonismo. Il quale buonismo, così come il moralismo non è morale e il giustizialismo non è giusto, non è buono.

A volte essere “buoni”, cioè apparire buoni, è solo una strategia competitiva.

Le pecore temono il lupo, ma chi ne prende il latte, la lana e alla fine la carne portandole al macello è sempre il pastore.

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