Nella docu-serie The Last Dance abbiamo visto il nostro eroe raccontarci la storia del suo successo.
Una storia sportiva incredibile, mai vista né ripetuta, forse irripetibile.
Jordan, il self-made man che ha portato una squadra di seconda categoria nell’Olimpo del Basket, ergendola ed ergendosi a marchio di fama mondiale.
Oltre lo Sport, oltre la competizione. Ma oltre l’uomo? No.
Non alieno, né Superman. Umano. Troppo umano.
Ci è stata raccontata una storia straordinaria, da brividi. Il mito dell’eroe, che sfida con una squadra senza medaglie gli dei Bird e Magic, e non solo vince, ma va ben oltre ogni confronto, tanto da lasciare spiazzati anche pezzi da novanta che si erano guadagnati fama e onori sul campo.
In un’intervista, da ragazzino imberbe lo dichiara, in tempi non sospetti: mi piacerebbe che i Chicago Bulls arrivassero a essere una squadra come i Celtics o i Lakers. Ci è riuscito.
Lo abbiamo visto (per chi ci è cresciuto, rivisto) volare a canestro. Finta di schiacciata, lay-up di sinistro. Piangere a singhiozzi, pancia a terra, il trofeo sottobraccio.
“Air Jordan…YES! It is all over! The Chicago Bulls have won at the buzzer in Game 1 of the best-of-seven on a jump shot by Michael Jordan!“
E come dice Bene a proposito di Clay o Edberg: “non era più la Boxe, non era più il Tennis”. Nel suo caso, non era più il Basket.
“Larger than Life”, dicono in USA.
Abbiamo visto anche altro, però.
Abbiamo visto una persona che, ne sono certo, ha guardato a questa docu-fiction (sì, perché c’è stata anche molta finzione e molte bugie) come una sorta di confessione della propria natura, così sublime e così feroce, talmente potente da risultare così costruttiva e così distruttiva insieme.
Abbiamo visto un quasi sessantenne imbolsito serbare ancora rancore, odiare ancora, forse in modo inconfessabilmente feroce.
Lo abbiamo visto voler condurre in modo assolutistico una narrazione che lo rendesse quasi unico artefice della propria scalata al vertice.
Lo abbiamo visto tratteggiare con toni pietistici il compagno Scottie, evidenziando i suoi momenti di debolezza e raramente i suoi punti di forza.
Lo abbiamo visto relegare coach Phil Jackson quasi a mero supporto, quando non può essere un caso che abbia più anelli che dita delle mani.
Lo abbiamo visto tiranneggiare persino sul GM Jerry Krause, anch’egli grosso contributore al successo dei Bulls.
E lo abbiamo visto fare tutto questo con un candore e una autenticità che ha del vero mito.
Dal primo momento in cui Jordan parla a quando si commuove non è mai finto, pur essendo bugiardo.
Michael Jordan con The Last Dance ci ha voluto dire che è stato se stesso. E se questo ha significato essere spietato, lo è stato. E se questo ha significato lasciare il Basket per andare a perdere in una lega minore del Baseball, lo ha fatto. E se questo ha significato essere tremendamente odiato pur di mantenere sempre altissima la competizione, lo è stato. E se questo ha significato essere sempre tormentato, lo è stato. E se questo, tutto questo, ha significato sacrificare molto, moltissimo per vincere tutto, allora ha sacrificato moltissimo e ha vinto tutto.
Allo stesso modo, con la stessa autenticità, lascia intendere che forse gli manca qualcosa. Tutta la docu-serie lascia intendere questo. Forse ci vuole dire che tutta questa parabola grandiosa in fondo lo ha lasciato ancora insoddisfatto, o forse non lo ha mai soddisfatto davvero. Forse, senza volerlo in modo evidente, ci vuole dire che magari di questa maledizione che lo tormenta avrebbe fatto volentieri a meno.